La religione senza fede di Oscar Wilde

Oscar Wilde

La religione senza fede di Oscar Wilde

 

La felicità che nasce dalla sofferenza e l’artista che imita Cristo: l’esperienza del carcere trasformò profondamente lo scrittore, il quale vi scorse non solo l’autodistruzione ma anche una chance di riscatto.

Il 19 maggio del 1897 Oscar Wilde, scarcerato dopo due anni di detenzione per atti di volgare indecenza, consegnò al suo leale amico, a volte amante, Robert Ross, un manoscritto di 50.000 parole, l’unico lavoro scritto durante la carcerazione e il suo ultimo in prosa prima della morte avvenuta a Parigi tre anni dopo.
Si tratta di una lunga lettera a Lord Alfred Douglas, amico e amante di Wilde, il cui padre, il Marchese di Queensbury, era stato la causa principale della sua carcerazione. Una versione espurgata della lettera di Wilde venne pubblicata nel 1905, con il titolo di De profundis, che è l’incipit del centotrentesimo salmo in latino, “Dal profondo a te grido, o Signore!”. Quello che trovo veramente interessante di questa lettera è la dimensione religiosa, in particolare l’interpretazione di Wilde della persona di Gesù Cristo.
De profundis è la testimonianza di qualcuno che sa di aver distrutto se stesso e sprecato doni artistici straordinari. La lezione che Wilde ricava dalla propria rovina è l’umiltà, un’assoluta umiltà. Dopo aver desiderato di morire appena entrato in galera e dopo aver pensato di suicidarsi una volta uscito, l’esperienza del carcere gli insegna che deve “imparare a essere allegro e felice”. Questa felicità, però, ed è la chiave del testo, può essere acquisita solo passando attraverso la sofferenza.
De profundis è caratterizzato da un’audacia non appariscente ma molto forte. Avendo rovinato se stesso e perso tutto, reputazione, ricchezza, moglie e madre, morta mentre era in prigione, e la possibilità di vedere i suoi figli, “un colpo così forte che non sapevo cosa fare”, Wilde non si inginocchia davanti al comandamento esterno di una divinità trascendente. Al contrario, vede la sua sofferenza come un’occasione per realizzare se stesso. La sua autodistruzione dunque non lo conduce a cercare una salvezza fuori, ma ancora più dentro di sé, una ricerca degli strumenti per un’autorealizzazione artistica. Nella sofferenza dell’incarcerazione, Wilde diventa più individualista di prima. Per tale autorealizzazione, insiste Wilde, non sono d’aiuto né la religione, né la morale, né la razionalità. Ognuna di queste facoltà richiede l’invocazione di una volontà esterna. La moralità, essendo la sanzione della legge imposta da fuori, deve dunque essere rifiutata. Wilde sostiene di essere “uno fatto per le eccezioni, non per le leggi”. E, in maniera interessante, è esattamente in questi termini che descrive la moralità di Cristo, un’assoluta simpatia con gli altri. Per Gesù, in realtà, non c’erano leggi, solo eccezioni.
La ragione porta Wilde a osservare che le leggi che l’hanno condannato e il sistema che impone la legge stessa sono sbagliati, ingiusti. Ma, continua, “devo fare in modo di rendere queste cose giuste per me”. Per afferrare la natura reale di ciò che gli è accaduto, non può vedere le sue disgrazie razionalmente, ossia come l’imposizione esterna di un’ingiustizia. Al contrario, deve interiorizzare il male, cosa che, insiste, richiede un procedimento di tipo artistico. Ogni aspetto della sua carcerazione, il letto durissimo, il cibo disgustoso, gli indumenti orribili, il silenzio, la solitudine, la vergogna, deve essere trasformato artisticamente in quella che chiama un’esperienza spirituale. Le varie fasi di deterioramento del suo corpo devono diventare una spiritualizzazione dell’anima, un’esperienza di sublimazione estetica, la trasformazione della sofferenza in bellezza.

Il vero e il religioso
La concezione della religione in Wilde è particolarmente interessante. Mentre altri la concepiscono come fede nell’invisibile e nell’intangibile, egli fa questa straordinaria affermazione: “Quando penso alla religione nel suo complesso, mi sento come se volessi trovare un ordine per coloro che non possono credere: la si potrebbe chiamare la confraternita dei senza fede, in cui su un altare senza ceri accesi, un prete, nel cui cuore non dimora la pace, potrebbe celebrare con un’ostia non consacrata e un calice vuoto. Il vero deve diventare religione. E l’agnosticismo dovrebbe avere i suoi rituali, non meno della fede”. A colpire maggiormente è la frase: “Tutto per essere vero deve diventare religione”.
Cosa può significare qui “vero”? Wilde ovviamente non si riferisce né alla verità logica delle proposizioni né a quella empirica delle scienze naturali. Credo che il termine sia usato in un modo simile al suo significato etimologico, come essere vero rispetto a un significato che è tenuto vivo nella radice tedesca di treu, leale o fedele. Questo è forse quello che aveva in mente Cristo quando diceva: “Io sono la vita e il vero”. La verità religiosa è nella fede, nell’esperienza della fedeltà. Ma il vero come esperienza di fede vale anche per gli agnostici, gli atei e i teisti. Coloro che non possono credere hanno comunque bisogno di una verità religiosa e di una cornice rituale in cui poter credere. Il cuore dell’osservazione di Wilde è l’idea apparentemente contraddittoria della fede di chi non ha fede, e dell’atto di credere di chi non crede. Ritornando su quanto detto prima sulla moralità e sulla ragione, questa fede dei senza fede non può avere come oggetto niente che provenga da fuori di sé, nessun comando divino esterno.
Sembra così di trovarci davanti a un paradosso. Da una parte, perché la credenza sia vera, deve diventare una religione, altrimenti manca di credibilità o autorità. Dall’altra però dobbiamo essere noi stessi gli autori dell’autorità, un lavoro di autorealizzazione in cui ognuno è la fucina di se stesso.
Il paradosso apparente è risolto attraverso l’interpretazione di Wilde della figura di Cristo. In The Soul of Man under Socialism (1891), descrive Cristo come un mendicante che ha un’anima meravigliosa, un appestato dall’anima divina. Cristo è Dio che realizza la sua perfezione attraverso il dolore. La sua permanenza in carcere può allora essere letta come un’imitazione di Cristo, in cui l’esperienza della sofferenza e della sofferenza in solitudine diventano la fucina della propria anima.
Al cuore della lettura di Cristo di Wilde c’è dunque l’idea schopenhaueriana della sofferenza: “Perché il segreto della vita è la sofferenza. È ciò che è nascosto dietro ogni cosa”. La verità dell’arte, secondo la sua estetica romantica, è l’incarnazione in forma esterna della natura interna della sofferenza, l’espressione esterna dell’interiorità più profonda: è qui che Wilde trova un’intima connessione tra la vita dell’artista e la vita di Cristo. Per Wilde Cristo è il più grande artista romantico, un poeta che attraverso il potere dell’immaginazione rende esterna l’interiorità. Va persino oltre e sostiene che Cristo fa di se stesso un’opera d’arte attraverso la trasformazione della sua sofferenza nella sua vita e nella sua passione. Cristo si crea come un’opera d’arte rendendo articolato un mondo di dolore senza voce. Wilde scrive: “Per l’artista, l’espressione è l’unico modo in cui può concepire la vita. Per lui ciò che è muto è morto. Per Cristo non era così. Egli ha assunto come suo regno tutto il mondo senza voce della sofferenza facendosene portavoce lui stesso”.

Cristo artista romantico
Nella sua compassione per gli oppressi e per i poveri, ma anche nella pietà verso l’edonismo dei ricchi, Cristo è l’incarnazione dell’amore inteso non come un atto di ragione, ma d’immaginazione, una proiezione immaginativa di compassione verso tutte le creature. Quello che Cristo insegna è l’amore e Wilde scrive “quando quello che vuoi veramente è l’amore, lo troverai”. La decisione di aprirsi all’amore rende possibile una straordinaria esperienza di grazia su cui non si ha potere decisionale. Come scrive Lacan, “l’amore è dare ciò che non si ha”.
Lo straordinario panegirico di Wilde su Cristo culmina in quella che chiama “l’idea pericolosa” di Cristo, che ribalta il trattamento dei peccatori come Wilde. Cristo non condanna i peccatori: “Chi non ha peccato scagli la prima pietra”. Piuttosto vede il peccato e la sofferenza come cose bellissime e sacre, modi della perfezione. Con questo non intende che il peccato sia in sé sacro, ma lo è il fare esperienza di pentimento e di sofferenza per l’aver peccato. In questo senso, si può trasformare il proprio passato attraverso un processo di trasfigurazione estetica o sublimazione. Conclude Wilde: “Per la maggior parte delle persone è difficile afferrare questa idea. Oserei dire che bisogna andare in prigione per capirlo”. È solo attraverso l’esperienza della prigione che è in grado di divenire se stesso, di entrare in profondità di quello che chiama il suo individualismo, una soggettività definita dalla trasformazione della sofferenza.
La cristianità di Wilde trova la sua espressione politica nel socialismo. La sua opinione sul socialismo nel periodo precedente all’esperienza del carcere è singolare. Il socialismo ci allevierebbe dalla costante presenza e pressione dei poveri, dei carichi della carità e dei cosiddetti valori altruistici. L’eliminazione della povertà produrrà libertà al livello dell’organizzazione politica della società, portando così all’individualismo, ovvero la costruzione di una società che permette e incoraggia l’arte e l’autoformazione dei propri cittadini.
Ma è possibile il socialismo senza l’esperienza della sofferenza e dell’incarcerazione, vale a dire senza l’imitazione di Cristo? Nel saggio del 1891 Essay on The Soul of Man Under Socialism, Wilde immagina un nuovo ellenismo in cui la pura gioia di vita sostituisca il lamento per la sofferenza di Dio. Ma nel 1897, dopo l’esperienza del carcere, non ne è più tanto sicuro.
Dal mio punto di vista questo mostra che quello di Wilde non è un vero e proprio individualismo, ma ciò che chiamerei piuttosto un “dividualismo”. In quest’ultimo il sé si forma in relazione all’esperienza di una travolgente richiesta etica, la stessa richiesta che Cristo fece nel discorso della montagna, o quando gli fu chiesto di partecipare alla lapidazione di una prostituta. Questa richiesta ci consente di diventare eticamente noi stessi separando noi da noi stessi, forzandoci a vivere in accordo con l’esigenza di essere come Cristo sapendo però di essere pienamente umani.
Anche se possiamo essere liberi dai limiti della morale convenzionale, della legge, o della religione tradizionale o metafisica, sembra che non potremo mai essere liberi dalla sordida necessità di vivere per gli altri. Questo richiede un’esperienza di fede, la fede di chi non ha fede, che è un’apertura all’amore, un donare ciò che non si ha e un ricevere quello su cui non si ha alcun potere.



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