Filosofi meditabondi

duccio demetrio

Filosofi meditabondi

Il camminar meditabondo genera sempre pensosità, voglia di conoscere, curiosità, inciampi, ritorni al punto di partenza. Esso educa ad altre percezioni del tempo, educa all’essenzialità, educa al silenzio, educa a scrutare tutto quello che spostandoci in altro modo non vediamo.

Intervista a Duccio Demetrio

Se il viaggio è metafora dell’esistenza, con quale andatura intraprenderlo? Con passi lenti e meditabondi.
Questa la lezione della filosofia, quando diviene stile di vita, quando il pensiero entra in sintonia con l’esperienza, dandole ritmo. Un ritmo ozioso e inquieto.

La filosofia è stata descritta come un atteggiamento, una pratica, che nasce dallo stupore per mettersi in cammino. Lasciando però le strade già battute, operando un detour, uno sviamento che avvia a un vagabondaggio, dove la meta non è nota in anticipo, ed è forse irraggiungibile. Tale vagabondaggio ha qualcosa di ozioso? E se sì, l’ozio è soltanto un prerequisito della riflessione o qualcosa di più?
La filosofia fece i suoi primi passi in cammino. Perché soltanto camminando il filosofo, che non sapeva ancora d’essere tale, poteva esercitare i sensi e il pensiero. Poteva stupirsi. Dinanzi al bello e all’orrore. Poteva mutare luogo ai pensieri precedenti, assecondare il divenire degli incontri inaspettati e della strada. Ciò gli consentiva di iniziarsi a interrogare e a interrogarsi nella solitudine del viaggio. Avventuroso o quotidiano esso fosse. Non evitò le città, le agorà, i portici, le passeggiate dove il maestro spiegava allo stuolo di allievi a camminare con la mente. Poiché il troppo stupirsi le avrebbe impedito di farsi logos, discorso sistematico, teoria. Ma rischiò più volte di tradire le sue vocazioni a essere turbata, più che rassicurata.
Allorquando qualcuno alla ricerca di mappe e idee eterne incominciò a non essere più attratto dal domandare, dall’inquisire, dal dubitare. Ma dal trovare rassicuranti risposte.
Il cammino del filosofare, di chi intraprenda il filosofare come stile di vita allora come oggi, è un andare incerto e ozioso. Skolè era la parola che i greci usavano per indicare la pausa, l’ozio. Ne conosciamo le degenerazioni, ma se volessimo tornare indietro ogni nostra “scuola” dovrebbe essere lo spazio dell’invenzione e non dell’abnegazione. Apprendere, interrogando le cose e dialogando, costituiva un piacere. Un ozio come virtù, non come vizio. Il piacere supremo, senza pari, di pensare senza scopi immediati. Non un dovere.
Non a caso, quindi, la tensione filosofica nacque – non scordiamolo – insieme alla poesia lirica, al canto e racconto che un io narrante intonava per sentirsi “in” pensiero. Si perfezionò nelle strade di Atene con i dialoghi socratici; nelle dispute sotto i portici della sua accademia con Aristotele. Passeggiando nei giardini di Epicuro, conversando nelle piazze e sul lungomare di Alessandria e, in seguito, nella pace contemplativa dei chiostri monacali. Nei soliloqui dei romitori. Apparve quando qualcuno, camminando nella natura dando un nome alle cose, si accorse che tutto diviene e si trasforma. Ché sorte dell’uomo è il camminare inquieto alla ricerca di Dio, del mistero, dell’enigmaticità del tutto. L’esperienza filosofica del diletto (lett. diligere: fare nel godimento di aver scelto), dell’assolutamente inutile, seppe dimostrare che nella libertà di oziare potevano scaturire idee utili: ma il momento originario non fu mai l’immediata finalizzazione pratica del pensiero. Troppo importante era e dovrebbe essere pensare agli assoluti, alle cose ultime, al senso di tutto ciò che è dentro e fuori di noi.
L’ozio, purtroppo, si sarebbe in seguito corrotto, con il risultato di mutare il filosofo non in un cercatore di verità, ma di inganni, di giochi linguistici, di rappresentazioni sofisticate quanto lontane dai problemi del senso.

mass media

I mass media, dalla televisione alla pubblicità, ci bombardano di immagini e suoni che incessantemente conquistano la nostra attenzione: i sensi ne sono rapiti e al contempo frastornati. Forse un diverso atteggiamento verso il mondo richiederebbe anche una rieducazione dei sensi?
I media sono produttori di illusioni e allucinazioni. Sono tecnologie che sfuggono di mano e la filosofia non tollera ciò che le sfugge. La vita, l’esperienza, il contatto fisico, la voce diretta, sono sensi. Non surrogati. È indispensabile quindi rieducarci al sensibile proprio iniziando a camminare realmente e metaforicamente. Riesercitando le curiosità rispetto al banale. Guardandoci intorno, raccogliendo e rigirando l’oggetto più semplice tra le dita gli diamo la parola, lo sentiamo, lo palpiamo. È corpo, ha consistenza, non ci delude, diceva il poeta Rainer Maria Rilke. Ma così impariamo anche ad accettare le cose in sé, a riconoscerle e a rispettarle, ad affrontarle o a piegarci ad esse. Mettiamo in crisi tutto il virtuale che ci sta abitando in ogni dove, e anche le tante virtualità spesso inutili che ci creiamo.
Il camminar meditabondo (a zig zag) genera sempre pensosità, voglia di conoscere, curiosità, inciampi, ritorni al punto di partenza. Perché se nel camminare materiale è il corpo il grande protagonista che in toto si trova ad agire l’esperienza, contro ogni palestra, circuito definito e allenamento volto ad accrescere la propria competitività e prestanza, è proprio qui che va individuata la differenza. In contrapposizione tanto all’agonismo anche casalingo, quanto alle pratiche meditative statiche o ieratiche. Vivendo il camminare, per il solo piacere poetico e filosofico di camminare, lo si esercita in un altro spirito: esso educa ad altre percezioni del tempo, educa all’essenzialità, educa al silenzio, educa a scrutare tutto quello che spostandoci in altro modo non vediamo.

Nel suo lavoro intrattiene un dialogo profondo e stimolante con l’arte. Qual è, se c’è, il confine fra arte e filosofia? E l’arte, come direbbe Foucault, può indicare uno stile etico ed esistenziale?
In un suo brano illuminante, il filosofo spagnolo Ignacio Gòmez de Llano, afferma: “Tutto ciò che l’io sa del mondo non proviene dall’io, ma dal mondo. Perfino tutto ciò che l’io sa di se stesso proviene dal mondo e da quella parte viva del mondo che è il suo corpo, la carne… per questo l’io può sentirsi e comprendersi solo mediante le cose che–sente e le cose–che–comprende”. Il camminare ci insegna a contenere e a mitigare la nostra eccessiva, vorace, intenzionalità progettuale. Il mondo sfugge alle nostre categorizzazioni; possiede, sia esso prodotto dagli uomini, sia dalla natura, qualcosa che prescinde dalla sindrome possessiva dell’io.
Il camminare è un buon esercizio, “professato” in un certo modo – per tornare a incontrare le cose nella loro evidenza, le quali non sono l’esito soltanto della nostra volontà e rappresentazione. Con le quali dobbiamo concertare nuove parole per descriverle e da esse, in quanto nostro riflesso, essere narrati. Arte e filosofia hanno modi diversi per raccontare, eppure sono entrambe tecnica che, non solo platonicamente, riproduce. Esse producono le loro verità che si mescolano alle altre; non sono finzioni, illusioni fallaci. Sono altre forme e dimensioni del vero. Perché, come diceva Proust, è la letteratura, forse, e per esteso ogni arte e la filosofia anche, la vera vita.

Lei sostiene che chi si pone domande di senso abbraccia l’instabilità del peregrinare. Giocando sull’ambiguità semantica del termine “senso”, allude così sia al problema del significato che a quello della direzione, dei fini. Ci sono dei fini che ci vengono imposti da aspettative sociali costrittive? E, se sì, come società dovremmo scegliere fini più auspicabili oppure preferire un’indeterminatezza dei fini che lasci aperto il percorso?
Se il camminare si declina nel peregrinare, ancor più ci dischiudiamo ai sensi, ad altre forme della percezione. È un’inusuale esperienza di raccoglimento interiore, è una modalità riflessiva e contemplativa. Qui, possiamo ritrovare nel nostro presente le origini stesse del filosofare e del suo incessante riproporsi in quanto manifestazione della tensione a non smettere di procedere: ora arrancando, ora godendosi la discesa o il piacere della salita. Una meditazione, questa, che non può che riscoprire, ogni volta, la bellezza dell’imperfezione, della mancanza, del passo che preferisce riposare sulla soglia, piuttosto che varcarla. Poiché non si sa mai se, una volta giunti nella stanza più accogliente, avremo ancora voglia di riprendere il cammino.

A quel punto, saremo (forse) più maturi, più sazi se non pingui di saggezza: ma non anche e forse più pallidi, più stinti, più spenti?
Attenzione all’inganno dell’ozio, quando manipolando la parola cura di sé, ne facciamo un bagno caldo e non un pungolo. Anche l’azione è ozio se ozio è sfida, impegno, passione per inseguire il riscatto nostro e altrui. Ogni fine dunque deve restare indeterminato, purché una manciata di virtù individuali e sociali ci conducano in un orizzonte che possa costruirsi giorno per giorno.

Nel suo ultimo saggio, La vita schiva, difende il sentimento della timidezza in virtù del suo porci in un distacco riflessivo, introspettivo. Già in Filosofia del camminare aveva affrontato il tema del prendere le distanze dall’assillo del mondo seguendo sentieri insospettati. Che ruolo ha, nella sua riflessione, l’urgenza della pausa, della messa fra parentesi degli affanni imposti dalla frenesia moderna?
La vita schiva, solitaria, appartata, è una condizione filosofica, esistenziale, non una questione psicologica. È l’archetipo millenario della possibilità di percepirsi radicalmente soli. E quindi è un’esperienza dell’essere, in pienezza ontologica. Non la provi in una folla, nemmeno in un dibattito filosofico e tanto meno in un ambiente usuale. La filosofia o indaga la solitudine del filosofo o non è.
È qui che possiamo incontrarci con il tema sensibile del disincanto di vivere. Del rarefarsi di ogni illusione. Per ritrovare l’altro volto dell’ozio. L’ozio non come gioco, intrattenimento, effimero passatempo, ma come esercizio di sapienza. Il disincanto è staccarsi, è de-cedere dall’ovvio e dalle consolazioni sentimentali. Queste non appartengono al filosofo, il cui sentire è diverso da ciò che il senso comune persegue. Non fugge dalla città per ricaricarsi, ma per affaticarsi ancora di più. Perché la città solo all’apparenza ci stimola, in realtà ci distrae dal rapporto con l’essere.

bertrand-russell   Bertrand Russell, in Elogio dell’ozio, imputa lo stress e l’irrequietezza della vita moderna a un’etica del lavoro mistificante. Spesso l’organizzazione economica delle nostre società viene accusata di produrre ritmi di vita insostenibili: lei è d’accordo con tali critiche?

Le tesi di Russell ci ripropongono la possibilità di riuscire a sopportare con espedienti di ogni sorta l’insostenibilità del nostro vivere confuso e caotico. In ogni caso, se perseguissimo tali suggestioni ci allontaneremmo dal rigore dell’etica filosofica, fuggendo l’inquietudine nelle neo atarassie (assenza di calma) o apatie (assenza di dolore) che tanto vanno di moda. Il filosofo non può che essere inquieto, la sua serenità è qui. Non possiamo usare la filosofia come un sonnifero, un antidoto, un lenitivo. La filosofia provoca insonnia della ragione, entra nella pesantezza e nella drammaticità della vita, non cerca farmaci. Poiché, se la sua è una inesauribile ed inesausta ricerca del senso, il senso svelato, ammesso che lo sia, è sempre inquietante poiché ci conduce alla morte, al nulla.
Solo l’inquietudine ci rende sentinelle esistenziali. Ruvide e scabre. Rifuggiamo perciò le edulcorate, sdolcinate versioni di talune pratiche filosofiche odierne che, ecletticamente, anche per ragioni di mercato dell’ozio e dei piaceri interiori, si svendono all’estetismo delle comunità che vogliono stare bene. Sempre e soltanto questo.
La grandezza della filosofia mediterranea è la rinuncia alla pace interiore. Già nella esikia, l’assoluto stato di tranquillità, della meditazione neocristiana, le tracce dell’Oriente si riverberarono su una cultura che, da Socrate in avanti, seppe porre la tragedia al centro della umana essenza. Occorre leggere le lettere di Platone, infatti, e non soltanto i sospetti e talvolta irenici suoi Dialoghi. La tragicità del vivere, poiché è sfuggente a ogni significato definitivo, non può essere barattata con una seduta di yoga o con una settimana in convento per “ricaricarsi”. Quando occorrerebbe “caricarsi” di vita, interrogare la propria memoria. Mai svuotandosi ma riempiendosi di problemi.

Alcuni movimenti culturali ci invitano a rallentare i nostri ritmi di vita, non solo per migliorare la qualità della vita stessa, ma anche per perseguire una riforma dei sistemi politici ed economici. Penso al movimento della decrescita e a Latouche, oppure ai modelli alternativi di produzione e consumo di Slow Food o Lifegate, per citare solo pochi esempi.
Crede che la revisione dei ritmi di vita possa, o debba, aspirare a un’azione politica/culturale di vasta portata?

A questi movimenti occorre reagire con la forra del disincanto: un sentimento che attraversa più volte la nostra vita. Si insinua dentro di noi lentamente, altre volte irrompe inaspettato. È la fine o lo sbiadirsi di un incantesimo, di una malia, di una passione, di una fiducia riposta in qualcuno. La sensazione è di disagio, disorientante. Eppure, al contempo, ci sentiamo più cresciuti. Ci coglie quando, una dopo l’altra, vengono meno sicurezze, miraggi, attese. Non è però sinonimo di disillusione, l’altra emozione che ci apre gli occhi, riportandoci alla realtà. Abbandonandoci alla nostalgia di quanto non abbiamo potuto avere o essere. Le illusioni sono dolci trappole nelle quali caschiamo; gli incanti sono invece stati di coscienza brevi o lunghi necessari alla mente. Per questo il disincanto può dar luogo a un incontro più maturo con le cose e noi stessi. È un’esperienza evolutiva.
Venuto meno l’incantamento, non facciamo altro che attendere che ritorni. Però più accorti e sapienti di prima. Il disincanto è un’approssimazione alle verità più crude, che ci piacciano o meno. È occasione di raccoglimento. Rende più profondo il nostro pensare. Ispira voglia di pausa, di meditazione, di riflessione. La propria storia, le scelte compiute, gli atti mancati ne sono l’oggetto. La speranza non gli è nemica. Vivere con disincanto non è cessare di attendere. Superato lo spaesamento, accediamo a un risveglio della coscienza, a uno stadio più alto di consapevolezza. Capiamo che l’incanto è nemico dell’attenzione vigile, della prudenza, della carità. Quando, distratti, ci dimentichiamo del mondo, degli altri. Entrare e uscire da questa dimensione è accettare di rinnovarsi; è mantenersi curiosi, lucidi, indisponibili all’autoinganno. È apprendere l’arte del discernimento delle cose, una per una. Nella loro peculiarità e differenza. Contro ogni finzione, il disincanto ci educa a ridimensionare i nostri sogni. È una vocazione che ci rende più adulti, più capaci di ribellarci alle trappole dei tanti venditori di illusioni e dei venditori di certezze. È un cammino incerto innanzitutto dentro se stessi, ci rende più forti e più umani. È alla base di un’azione anche politica, nel ritrovamento di un’etica civile austera, non effimera, parca e antica.



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