Il cinema come nuova mitologia

Il cinema come nuova mitologia

cinema come mitologia   Platone e il cinema, così come il mito nelle immagini di Kubrick o di Lucas, i quali miscelano le influenze delle leggende trasmesse dal passato proprio per provocare gli spettatori e aprire la strada a innumerevoli interpretazioni.


Mito (in greco mythos, da myo, raccontare) significa “parola”, discorso, racconto, cioè narrazione fantastica. Per Platone e Aristotele il mito è un discorso non razionale, che non prevede una dimostrazione. Al mito, i due grandi filosofi contrappongono il logos, l’argomento razionale.


I MITI PLATONICI

Secondo Platone e Aristotele, anche gli antichi poeti greci hanno affrontato problemi filosofici riguardanti, per esempio, il principio di tutte le cose. Ma la loro risposta a tali questioni è stata di tipo mitico, cioè fantastica, non razionale. Omero ed Esiodo, per esempio, hanno identificato le cause prime del “tutto” negli dei, e hanno narrato la genesi dell’universo riportandola alla generazione di entità divine. Tale narrazione, evidentemente, non era basata su ragionamenti, ma su credenze diffuse e conteneva quindi degli elementi fantastici. 
 Tuttavia, Platone riconosce l’importanza del mito e nei suoi dialoghi ricorre spesso a questa forma di narrazione.
 Più in particolare, il mito ha per Platone due funzioni fondamentali.

Innanzitutto nei dialoghi platonici il mito è proposto come ipotesi, cioè come soluzione verosimile, quando ancora non si conosce la soluzione razionale, cioè vera, di un problema. Spesso infatti la ragione deve affrontare dei problemi difficili, che non riesce a risolvere, quale, per esempio, il problema del destino dell’uomo dopo la morte. Per questo, Platone propone per tali problemi una soluzione mitica, come la morte, la soluzione orfica della metempsicosi o trasmigrazione delle anime.

In secondo luogo, talvolta Platone usa il mito come “racconto pubblico”, per persuadere la massa dei non filosofi di una verità filosofica. Un mito inteso come racconto pubblico è, per esempio, il celebre “mito della caverna”, contenuto nel VII libro del dialogo “Repubblica”. I miti, dunque, possono rivelare dei veri e propri contenuti universali, e talvolta sono in grado di rendere certi concetti più chiari e più comprensibili di quanto non faccia il linguaggio della filosofia. Oggi, nell’età dei mass-media, questa funzione “mitica” è svolta egregiamente dal cinema. Come Platone, infatti, alcuni grandi registi si servono consapevolmente del “mito” per comunicare verità che riguardano l’uomo, la sua psiche o il suo destino.

the_shining   A tale riguardo, si considerino i film di Stanley Kubrick, e in particolare Shining (1980), ispirato all’omonimo romanzo horror di Stephen King. 
In genere, la visione di un film kubrickiano è un’esperienza non “verbale”, uno spettacolo fatto soprattutto di musica e forme in movimento.

Tuttavia, usciti dalla sala cinematografica, ci si accorge progressivamente della profondità di quello a cui abbiamo assistito. L’opera che ci ha stupefatti si rivela densa di significati, perché è riuscita a proporci situazioni “mitiche” che richiamano in modo simbolico elementi strutturali inconsci della nostra psiche.

Anche Shining ci presenta vicende ambientate in una dimensione fiabesca e mitologica, nello spazio-tempo astratto dei racconti fantastici, in grado di esprimere in modo più diretto i processi dell’inconscio. In questo film, lo scrittore Jack Torrance accetta, insieme alla moglie Wendy e al figlioletto Danny, di fare il guardiano invernale in un albergo deserto, l’Hoverlook Hotel, nel Colorado, che si rivelerà infestato da spettri. L’isolamento, sommato all’influenza dei fantasmi e al fallimento letterario di Jack (che non trova l’ispirazione e non riesce a scrivere), faranno impazzire il protagonista, che tenterà di uccidere la sua famiglia.


STANLEY KUBRICK E FREUD

Shining è stato apprezzato unanimemente per la suspense che riesce a creare, ma qualche critico non ha capito il messaggio del film, forse proprio perché non ne ha preso in considerazione la valenza “mitologica”. Per esempio, Paul Duncan, autore di una pregevole monografia su Kubrick, ha dichiarato a proposito di Shining: “Mi piace sempre guardare questo film, ma devo ancora capirne completamente il significato”.
In effetti, se ci si limita a considerare la trama di Shining, il capolavoro kubrickiano può essere scambiato per un film di genere, cioè per una pellicola di fantasmi. In realtà, Stanley Kubrick si serve dei temi caratteristici dell’horror per esprimere un messaggio più profondo. 
Il grande regista americano ha inteso raccontare una fiaba, accettandone tutte le classiche convenzioni (compresa quella che ammette l’esistenza degli spettri); però ha impresso alle immagini un carattere volutamente allusivo.

Proprio per questo, Kubrick ha scelto come cosceneggiatrice di Shining Diane Johnson, una scrittrice americana esperta dei meccanismi del romanzo gotico. E Diane Johnson ha dichiarato che lei e Kubrick si sono ispirati, per la sceneggiatura del film, al saggio di Sigmund Freud Il perturbante, del 1919, dedicato alla letteratura fantastica. 
Kubrick ha dunque usato in Shining la stessa tecnica narrativa di Platone. Anche Platone si serve dei miti, ma non li utilizza con l’ingenuità prelogica delle culture primitive, perché li propone come espedienti consapevoli, al preciso scopo di illustrare verità filosofiche.

Il film di Kubrick intende alludere simbolicamente alla contrapposizione psicologica di matrice freudiana tra le pulsioni di vita e le pulsioni di morte. Per esempio, la stanza 237 dell’Hoverlook Hotel, in cui Danny, il bambino, non può entrare, è un topos che ricorre in molte fiabe. In Shining diventa il luogo del segreto sessuale, dove si svolge l’accoppiamento mostruoso di Eros e Thanatos. Infatti, in questa stanza stregata, Jack incontra una bellissima donna nuda che esce da una vasca da bagno, ma poi costei si trasforma improvvisamente nel fantasma di una vecchia megera in decomposizione.

Secondo Goffredo Fofi, uno degli interpreti più acuti dei capolavori kubrickiani, i riferimenti mitologici di Shining sono molteplici: il padre Jack Torrance – il quale riceve dagli spettri l’ordine di uccidere Danny – è in realtà Saturno che vuole divorare il proprio figlio, mentre Danny, che cerca di salvarsi dalla furia omicida di Jack fuggendo nel giardino-labirinto dell’hotel, è Pollicino, o Giove contro Saturno, o Teseo che lotta contro il Minotauro, o, più semplicemente, Edipo che combatte e uccide il padre Laio. Così Shining ci offre anche una versione kubrickiana del complesso edipico teorizzato da Freud.

L’EROE DI STAR WARS

Un altro regista americano che utilizza consapevolmente il mito in un senso che potremmo definire “platonico” è George Lucas, il “padre” di Guerre Stellari (1977).
Se Star Wars è diventato uno straordinario successo mondiale e un fatto di costume che va al di là del semplice spettacolo cinematografico, lo si deve anche al contenuto “mitologico” del film. Lucas ha attinto esplicitamente alle teorie sul mito presenti nel saggio L’Eroe dai mille volti (1949) dell’antropologo statunitense Joseph Campbell, in cui sono esplorate le origini delle leggende e delle religioni. “Senza L’eroe dai mille volti – ha dichiarato Lucas – forse Star Wars starei ancora scrivendolo”.

A Campbell interessavano le connessioni tra i miti delle diverse culture. Nel suo saggio, l’autore sostiene che una delle caratteristiche del mito è quella di trasmettere, di generazione in generazione, valori giudicati indispensabili alla vita in società.

Seguendo le indicazioni di Campbell, George Lucas ha così ideato in Star Wars eroi capaci di incarnare degli ideali semplici ma fondamentali per la nostra esistenza. Le avventure fantascientifiche di Luke Skywalker, destinato a diventare un cavaliere Jedi attraverso una serie di difficili prove, descrivono un percorso iniziatico e una ricerca spirituale rintracciabili nella maggior parte delle mitologie. Come l’Odissea di Omero, o il poema anglosassone Beowulf, o il ciclo di Re Artù, anche la saga di Guerre stellari si ispira a comuni archetipi mitici. 
Nel ciclo lucasiano c’è un eroe simile ad Artù o a Perceval, che deve affrontare grandi pericoli; c’è il vecchio saggio Obi Ben Kenobi, che svolge il ruolo del Mago Merlino, e c’è la comunità dei Cavalieri Jedi, che evocano i Cavalieri della Tavola Rotonda, la cui età è sinonimo di saggezza e di sapere.


L’OMBRA E LA FORZA

Questi riferimenti mitici consentono di avanzare numerose interpretazioni psicoanalitiche della saga. Per esempio, i combattimenti contro i mostri che intervengono nel percorso iniziatico di Skywalker illustrano la lotta che ciascuno di noi deve condurre per liberarsi dalle proprie paure e dai demoni che popolano il nostro inconscio. 
Quanto alla “Forza” di cui dispongono al massimo grado i cavalieri Jedi, si tratta, molto probabilmente, di una versione fantastica dell’“energia psichica” postulata da Carl Gustav Jung già dal 1912, in Simboli e trasformazioni della libido.

Per Jung, l’energia psichica è capace di assumere ogni forma possibile (compresa la libido di cui parla Freud), sia a livello di istinto sia di realizzazione culturale. Questa forza psichica junghiana può considerarsi il motore di ogni manifestazione naturale e culturale dell’uomo. Le sue possibili “prestazioni” e trasformazioni sono appunto ingigantite nella finzione cinematografica di Guerre stellari. In questo film, il cosiddetto “lato oscuro della Forza”, al quale ha ceduto il malefico personaggio di Darth Vader, sembra poi corrispondere all’archetipo junghiano dell’Ombra, che indica “l’altro lato” della personalità, il lato oscuro, appunto, inferiore e indifferenziato, che si contrappone all’Io cosciente e che va controllato ma non totalmente represso. Infatti, a giudizio di Jung, se l’Ombra subisce un’eccessiva repressione, tende a manifestarsi in modo indiretto in azioni violente e crudeli e diventa così l’incarnazione del male nel senso più ampio del termine.

Come si è già fatto notare, il ricorso al mito consente a Platone di rendere più persuasiva l’esposizione logica, trasferendola nel mondo affascinante delle immagini e delle favole (il che rende i suoi dialoghi filosofici grandi opere d’arte). Analogamente, il cinema di Kubrick o di Lucas miscela le influenze delle leggende trasmesse dal passato proprio per provocare gli spettatori e aprire la strada a innumerevoli interpretazioni. Cosicché, ai due registi si può applicare ciò che Aristotele dice nella Metafisica di colui che ama il mito. Il “filòmito”, secondo Aristotele, è in qualche modo già filosofo, perché il mito suscita “meraviglia” ed è da questa emozione che nasce la filosofia.

 

 

 



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